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01/07/2009

Gauchos

JLBorges

Come potevano sapere che i loro antenati

erano venuti su un mare,

come potevano sapere cosa sono un mare

e le sue acque

Meticci dell'uomo bianco, lo stimarono poco

meticci dell'uomo rosso gli furono nemici

Molti di essi non avranno mai udito

la parola Gaucho

o l'avranno sentita come un'ingiuria

Impararono le vie delle stelle,

le usanze del vento e dell'uccello,

le profezie delle nubi del Sud

e della luna alonata

Furono pastori di bestie selvagge,

saldi sul cavallo del deserto, domato al mattino,

veloci a prendere il lazo,

marchiatori, mandriani, capiguardiani,

talvolta banditi,

qualcuno, quello che si ascoltava fu il payador

Cantava senza fretta, perche' l'alba tarda

a far chiaro,

e non alzava la voce.

(Jorge Luis Borges)


postato da: sottolanevepane alle ore 18:18 | link | commenti (3)
categorie: poesia, personaggi, arte-cultura
30/04/2009

Un vero spettacolo

Grazia, eleganza e perfetta esecuzione: fa bene guardarla.


postato da: sottolanevepane alle ore 11:05 | link | commenti (6)
categorie: musica, sport, bellezza, arte-cultura
18/12/2008

Favole (?) moderne

brunix

postato da: FlavioRoma alle ore 15:59 | link | commenti (15)
categorie: politica, humor, stupidità, arte-cultura
12/12/2008

G. G. Belli

GGBelli2

A VVOI DE SOTTO

S'aricconta c'un frate zzoccolante,
Grasso ppiù der compar de sant'Antonio,
Ner concrude 'na predica incarzante
Sull'obbrighi der zanto madrimonio,

Staccò er Cristo dar pùrpito e ggronnante
De sudore strillò ccom'un demonio:
"Eccolo, e vve lo dico a ttutte quante,
Eccolo su sta crosce er tistimonio.

Io mó lo tiro in testa inviperito
A cchi ss'è ppresa er ber gusto, s'è ppresa,
De temperà ppiù ppenne a ssu' marito."

A cquell'atto der frate 'ggni miggnotta...
'Ggni donna, vorzi dì, cche stava in chiesa,
Arzò le mano pe pparà la bbotta.

23 dicembre 1837


Per i non romani ... (traduzione approssimativa)

ATTENTI  LI' SOTTO!

Si racconta che un frate con gli zoccoli,
grasso più di un maiale,
nel concludere una predica incalzante
sugli obblighi sel santo matrimonio

staccò il crocefisso dal pulpito e grondante
di sudore strillò come un diavolo:
"Eccolo, ve lo dico a tutte,
eccolo su questa croce il testimonio.

Adesso lo tiro in testa, arrabbiato,
a chi si è presa il piacere,
di mettere più corna a suo marito".

A quel gesto del frate ogni puttana ...
volevo dire "ogni donna" che stava in chiesa,
alzò la mano per parare il colpo.


postato da: sottolanevepane alle ore 17:52 | link | commenti (11)
categorie: poesia, roma, arte-cultura
24/11/2008

L'origine delle cose ...

adamino

postato da: FlavioRoma alle ore 23:16 | link | commenti (13)
categorie: uomini, roba da chiodi, arte-cultura
12/11/2008

Nel teatro, non a teatro

Questa sera sono andato a teatro, anzi, mi sono trovato nel teatro.

Mi spiego.

Al Teatro dell'Angelo, a Roma in Prati,  sono entrato da spettatore e mi sono trovato co-protagonista, parte di un meccanismo divertente e coinvolgente che fa sì che sia il pubblico a modificare lo spettacolo. Si assiste, nell'insospettabile salone da barbiere "Forbici follia", ad un turbinare di situazioni mentre, al piano di sopra, viene commesso un delitto. E se vai, sarai proprio tu, insieme al resto del pubblico, ad avviare le indagini insieme alla polizia ed a decidere chi sarà il colpevole. Eh già, perchè lo spettacolo può avere finali diversi. Diavolo di un Gianni Williams!

spettacolo_11058_1

Una caratterizzazione fatta da attori bravissimi, un'idea originale, un divertimento assicurato. E da giovedì c'è anche la possibilità di vedere la versione in lingua (ed ambientazione) inglese. Vacci in compagnia di amici: si chiacchiera e si discute per tutta la seconda metà dello spettacolo.

 spettacolo_11058_3

http://www.forbicifollia.com/

http://www.teatrodellangelo.it/


postato da: sottolanevepane alle ore 01:35 | link | commenti (11)
categorie: spettacolo, roma, arte-cultura
13/10/2008

E' scoop!

Solo per gli addetti ai lavori (gli altri, però, possono partecipare) ecco a voi: IL CARRELLIN!

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postato da: FlavioRoma alle ore 18:56 | link | commenti (15)
categorie: amicizia, valori, arte-cultura
07/10/2008

Il mito di Galatea

La leggenda è bella, narrata da Publio Ovidio Nasone e tradotta da Salvatore Quasimodo ...

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Galatea, Aci e Polifemo

(Galatea, Acis, Poliphemus)
Metamorfosi - Libro XIII - vv 737- 897



L'inquieta Cariddi infuria sulla riva d'occidente,
Scilla sull'opposta riva. L'una attira e divora
le navi e le ributta, l'altra cinge di cani feroci
il fosco ventre; ed ha l'aspetto di vergine:
a credere agli oracoli, forse fu vergine un tempo.
Molti chiedono invano Scilla come sposa,
e lei cara alle ninfe del mare,
a questo narra gli amori dei giovani delusi.
Un giorno Galatea, porgendole al pettine i capelli,
così parlò a Scilla fra un sospiro e l'altro:
«Almeno tu, o vergine, susciti amore fra la dura razza
degli uomini, e, come fai, senza timore
ti puoi anche negare. Ma io, figlia di Nèreo
e dell'azzurra Doride, con infinite sorelle
che mi stanno a fianco, solo con pianto
ho potuto sfuggire all'amore del Ciclope.»
Qui le lacrime le chiusero la voce.
Allora la vergine le asciugava gli occhi
col suo candido pollice e, consolandola, diceva:
«Parla, o diletta, non nascondermi il dolore
che ti tormenta: tu sai che ti sono fedele.»
E così rispondeva la ninfa alla figlia di Crateide:
«Aci, nato da Fauno e dalla ninfa del Simeto,
era la grande gioia del padre e della madre,
ma più la mia, perché solo con me s'era congiunto.
Bello, di sedici anni, una lieve lanugine
copriva le sue tenere guance. Ed io l'amavo;
ma con ardore cercava me il Ciclope.
Non dirò, se lo chiedi, che l'amore per Aci
fu più dell'odio che portavo all'altro: fu uguale.
Potente il tuo dominio, o Venere benefica!
Anche il Ciclope, terrore delle selve,
che mai ospite lasciò senza una pena,
che non cura gli dèi e il vasto Olimpo,
provò che cosa fosse amore, e, avido di me,
dimenticò il gregge e le spelonche.
E ora ti fai bello, o Polifemo, vuoi piacere,
e col rastrello pettini i ruvidi capelli,
e l'ispida barba ami tagliare con la falce,
e ti specchi nell'acqua per fare lieto il volto.
Non hai più brama di stragi, non sei più selvatico,
quieta è la sete mai sazia di sangue,
le navi arrivano e partono sicure.
Intanto Télemo, giunto sull'Etna dei Siculi
(Télemo Eurúnide, che dal volo degli uccelli
fa giusto presagio), andò dal tremendo Polifemo
e gli disse: "Quell'occhio che hai sulla fronte
ti sarà tolto da Ulisse". Rise Polifemo,
e rispose: "T'inganni, o stupido indovino;
già un'altra mi tolse l'occhio". E cosi sdegnava
chi invano prediceva il vero. E camminando
o affondava sul lido il passo pesante
o stanco tornava nella cupa spelonca.
Sporge nel mare, in forma di cuneo, un alto
acuto colle che l'acqua bagna ai lati.
E qui sale il feroce Ciclope e si ferma
sulla vetta; e il gregge lanoso lo segue
senza guida. E lasciato il tronco di pino
(era il suo bastone, e poteva essere un'antenna),
e presa la zampogna a cento piccole canne
udirono sui monti e le acque arie pastorali.
Io, nascosta da una rupe, avvinta ad Aci,
queste parole, ricordo, udii da lontano:
"O Galatea, tu sei bianca più della foglia
di neve del ligustro, piú fiorente dei prati, snella
più dell'ontano, splendente più del cristallo, più lasciva
del tenero capretto, più liscia delle conchiglie
levigate dal moto assiduo del mare, più cara
del sole d'inverno e dell'ombra d'estate,
più eccellente dei pomi, più viva agli occhi
dell'alto platano, più nitida del ghiaccio,
più dolce dell'uva matura, morbida più delle piume
del cigno e del latte rappreso, e, se tu non mi fuggi,
magnifica più dell'orto irrigato. Tu, Galatea,
sei più selvatica dei tori non domati, più dura
antica quercia, più volubile delle onde,
flessibile più dei ramoscelli del salice
e della vitalba, più ferma di questi scogli,
più violenta d'un fiume, più superba del pavone,
più impetuosa del fuoco, più pungente delle spine,
più tremenda d'un'orsa che ha i piccoli nati,
piú sorda del mare, più furiosa d'una serpe pestata,
e, questo almeno a te potessi togliere,
tu fuggi non solo più del cervo inseguito
dai secchi latrati, ma più del vento e dell'aria leggera.
Ti pentiresti, conoscendomi, d'avermi fuggito:
che rimpianto allora del tempo perduto, e che ansia
di tenermi! Mia è una parte del monte,
mie numerose spelonche scavate nella pietra viva,
dove non soffri il sole nel mezzo dell'estate,
né l'inverno. Là sono frutti che curvano i rami,
e nei lunghi filari pende l'uva simile all'oro
e quella purpurea: l'una e l'altra io serbo per te.
Tu coglierai con le tue mani le tenere fragole
nate all'ombra delle Belve, e le còrníole autunnali
e le prugne: non solo quelle livide per il succo viola,
ma anche quelle più buone, colore della cera vergine.
Se mi vorrai come sposo avrai sempre castagne
e mele selvatiche, e ogni albero per te darà il suo frutto.
Tutte le pecore che vedi sono mie: e molte vagano per le valli,
molte per il bosco, molte sono chiuse negli antri;
né, se lo chiedi, saprei il loro numero.
i poveri contano le pecore. Se ne dicessi le lodi,
non mi crederesti: tu stessa potrai vedere
come camminano a stento con le poppe gonfie
tra le gambe. Negli ovili stanno i teneri figli
degli agnelli, al riparo dal freddo, e i capretti
d'uguale età. Ho sempre latte fresco: parte
lo tengo per bere, parte lo faccio indurire
con caglio disciolto. Non avrai solo facili svaghi
e doni comuni, come daini, lepri, capre, o due colombe
o un nido d'uccelli tolto dalla cima d'un albero.
lo trovato sui monti due gemelli d'un'orsa
ho possono giocare con te, e tanto gli orsacchiotti
sono simili tra loro che appena potresti distinguerli;
quando li trovai, io dissi: "Li terrò per la mia donna.
Solleva, dunque, il capo splendente dall'onde celesti,
vieni, o Galatea, e accogli i miei doni.
Certo mi conosco, e poco fa io vidi la mia immagine
nell'acqua limpida, e mi piacque il mio aspetto.
guarda come son grande. Nemmeno Giove, nel cielo
(voi dite sempre che là regni non so quale Giove)
ha un corpo maggiore del mio; una densa chioma
scende sulla mia fronte scura, e fa ombra alle spalle
come un bosco. Ma non devi credere orrido il mio corpo
perché ispido di peli. brutto è l'albero privo di fronde,
brutto il cavallo senza il velo d'una bionda criniera
sul collo; gli uccelli sono coperti di piume,
la lana adorna le pecore, la barba e i peli ruvidi
fanno bello il corpo dell'uomo. lo ho un solo occhio
in mezzo alla fronte, ma simile a un ampio scudo.
Che dico? Non vede il sole dal cielo immenso
tutte le cose della terra? Ed anche il sole
ha un solo occhio. Mio padre, poi, è il re del mare:
e sarà padre del tuo sposo. Solo abbi pietà di me
e accogli le preghiere di chi ti supplica:
a te sola io cedo. lo che disprezzo Giove, il cielo
e il fulmine che tutto penetra, a te, figlia di Nèreo,
mi piego: la tua ira è più acuta del fulmine.
Sopporterei il disprezzo se tu fuggissi tutti;
ma perché mi rifiuti e porti amore ad Aci,
e preferisci Aci a Polifemo? Piace a se stesso, e sia;
ma che piaccia a te pure, questo non vorrei,
Galatea. Ma se lo prendo, sentirà quale forza
è chiusa nel mio corpo. Vive gli strapperò le viscere,
e le membra a brani spargerò per i campi
e per il tuo mare (così Aci si unisca a te).
Ardo, ma più ribolle il sangue per l'offesa,
e mi pare d'avere l'Etna nel petto
con le sue forze; e tu, Galatea, non ti commuovi?"
E dopo questo vano lamento (io vedevo ogni cosa)
il Ciclope vi alza, e come toro furioso
che perduta la giovenca non può stare fermo
e va per le selve e i monti che conosce,
quando mi scorse con Aci, gridò: "Vi vedo,
ma questo è l'ultimo abbraccio d'amore."
Ed era la sua voce quella d'un Ciclope
preso dall'ira; e l'Etna tremò a quell'urlo.
Allora, spaurita, m'immersi nel mare vicino,
e in fuga volse le spalle il giovane Aci, gridando:
aiuto, Galatea, ti prego, aiuto, o padre, o madre,
nel vostro regno accogliete il figlio prossimo alla morte."
E il Ciclope l'insegue, e staccato un pezzo di monte
lo lancia sul fuggiasco. Solo un estremo
della rupe lo colse, ma fu per lui la morte.
e perché Aci riprendesse la forza dell'avo,
feci quello che potevo ottenere dal fato.
Dalla rupe scorreva sangue vivo, ma, ecco, quel rosso
comincia a svanire, come colore di fiume
che torbido di pioggia schiarisce a poco a poco.
Poi la pietra si spacca, e dalle crepe escono tenere
canne, e il cavo più profondo risuona d'acque in moto.
E d'improvviso esce di là, fino alla cintola
(o mirabile cosa), un giovane con le corna
che spuntano appena cinte di molli canne.
E somigliava ad Aci, ma più alto e col viso ceruleo.
Ma anche cosi, mutato in fiume, Aci rimase com'era,
e ora il fiume ha il nome ch'era una volta di Aci. »

 

(dalle Metamorfosi di Ovidio – trad. di Salvatore Quasimodo)


postato da: FlavioRoma alle ore 00:18 | link | commenti (13)
categorie: amore, misteri, morte, tradizione, arte-cultura
23/09/2008

Fabrizio De Andrè - Un medico

De_Andre
UN MEDICO
Da bambino volevo guarire i ciliegi
quando rossi di frutti li credevo feriti
la salute per me li aveva lasciati
coi fiori di neve che avevan perduti
 
Un sogno, fu un sogno ma non durò poco
per questo giurai che avrei fatto il dottore
e non per un dio ma nemmeno per gioco:
perché i ciliegi tornassero in fiore,
perché i ciliegi tornassero in fiore
 
E quando dottore lo fui finalmente
non volli tradire il bambino per l'uomo
e vennero in tanti e si chiamavano "gente"
ciliegi malati in ogni stagione
 
E i colleghi d'accordo i colleghi contenti
nel leggermi in cuore tanta voglia d'amare
mi spedirono il meglio dei loro clienti
con la diagnosi in faccia e per tutti era uguale:
ammalato di fame incapace a pagare
 
E allora capii fui costretto a capire
che fare il dottore è soltanto un mestiere
che la scienza non puoi regalarla alla gente
se non vuoi ammalarti dell'identico male,
se non vuoi che il sistema ti pigli per fame
 
E il sistema sicuro è pigliarti per fame
nei tuoi figli in tua moglie che ormai ti disprezza,
perciò chiusi in bottiglia quei fiori di neve,
l'etichetta diceva: elisir di giovinezza
 
E un giudice, un giudice con la faccia da uomo
mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione
inutile al mondo ed alle mie dita
bollato per sempre truffatore imbroglione
dottor professor truffatore imbroglione
 
Testo: F.De Andrè – G.Bentivoglio - Anno di pubblicazione: 1971

postato da: sottolanevepane alle ore 17:34 | link | commenti (7)
categorie: musica, poesia, arte-cultura
06/09/2008

Demoni e meraviglie

Prevert10

Demoni e meraviglie
Venti e maree
Lontano già si e ritirato il mare
E tu
Come alga dolcemente accarezzata dal vento
Nella sabbia del tuo letto ti agiti sognando
Demoni e meraviglie
Venti e maree
Lontano già si e ritirato il mare
Ma nei tuoi occhi socchiusi
Due piccole onde son rimaste
Demoni e meraviglie
Venti e maree
Due piccole onde per annegarmi.

(Jacques Prevèrt)


postato da: sottolanevepane alle ore 14:21 | link | commenti (8)
categorie: cultura, poesia, personaggi, arte-cultura